l'errore

L’errore che mi è costato (quasi) tutto

Come ve lo immaginate il bivio della vostra vita?

C’è sempre un momento preciso in cui la vita ti porta davanti a un bivio.

Da una parte, la selva oscura, tenebrosa, pericolosa e piena di insidie. Dall’altra, una tranquilla stradina di campagna, che taglia un bel prato verde, illuminato da un sole splendente!

Oggi vi racconto il mio di bivio, ma anche perché oggi, col senno di poi, rifarei solo metà di quella scelta.

Il mio bivio è arrivato dopo decenni di lavoro nella stessa multinazionale, tra scrivanie, viaggi, riunioni e caffè al volo nei corridoi. Poi la notizia: chiusura per acquisizione.
Tradotto: game over.

Dopo lo sgomento iniziale, comincio a ragionare in maniera più pragmatica e visualizzo unicamente due opzioni davanti a me:

  1. La prima è restare nel giro, accettare la proposta di un’altra società, con sede lontana e orari da incastrare come Tetris.
  2. La seconda è lavorare con mio marito costruendo un’attività nostra e la possibilità di dedicare più tempo ai nostri figli, meno stress, più armonia. O almeno così erano i piani.

Scegliamo con molta disinvoltura la numero due.
Ed è qui che inizia questa storia. Quella che oggi chiamerei “l’errore più grande  della mia vita”.

Eppure… Sembrava la scelta giusta!

Dopo aver lasciato il badge, chiuso alle spalle la porta di quell’ufficio che era più famiglia e voltato pagina, dentro di me comincio a pensare: “Lo faccio per la famiglia. Per noi.”
Penso che avrei avuto più tempo per la vita vera. Per i miei figli. Per la mia casa. Per me.

Solo che “più tempo” non vuol dire più serenità.
E lavorare col proprio partner è una medaglia con due facce. Una la vedi subito. L’altra arriva dopo. Quando ormai non puoi più tornare indietro.

Come un fulmine a ciel sereno arriva la separazione

E con lei, lo schianto.

Quando mi separo, non ho più uno stipendio mio.
Il lavoro con mio marito, ovviamente, svanisce insieme al “noi per sempre”.
Il cassetto delle mie competenze è ancora lì, pieno di esperienze, ma coperto di polvere.
Troppa.

Mi rendo conto poi che per il mercato del lavoro sono diventata improvvisamente troppo vecchia o troppo cara.
Per i recruiter, una candidata interessante ma non conveniente.
Per me, un groviglio di pensieri:
Perché ho mollato il mio lavoro?
Perché ho legato la mia indipendenza economica a una relazione che poteva finire?
Perché ho dimenticato quanto conta lavorare, anche solo per sentirmi me stessa?

Quando perdi il lavoro, perdi molto di più

Perdi la tua bolla.
Quella che ti protegge un minimo dai dolori personali.
Quando la testa è piena di mail, deadline, file da chiudere, c’è meno spazio per i pensieri cupi.

Invece, senza lavoro, la separazione si è presa tutto.
Ogni angolo della mia giornata. Ogni energia.

La mente gira a vuoto. Il cuore arranca.
E tu sei lì, a cercare un’occupazione e, insieme, ad un’identità.
Perché sì: il lavoro è dignità.
E se non puoi più permetterti nemmeno di pagarti un’ora di svago, o un paio di scarpe nuove senza chiedere a nessuno, allora ti senti meno.
Meno donna.
Meno madre.
Meno tu.

Ho ricominciato. Ma non è stato semplice

Inizio a darmi da fare (più di prima), perché la sensazione della terra che manca sotto ai piedi non è per niente piacevole. Cerco, chiedo, mi informo, comincio a fare networking e a interessarmi a nuovi argomenti, alcuni anche distanti dal mio background di appartenenza.

Riesco a trovare un lavoro. Non subito, ma alla fine ho la mia rivincita!

Il percorso non è per niente facile. Ho avuto la necessità di reinventarmi, aggiornarmi, studiare di notte.
Mi ritrovo a ripartire da zero in un ambiente che non conosco.
Accetto anche un ruolo sulla carta che non rispecchia in toto me ma voglio dare lustro al mio curriculum e rimettermi in gioco risalendo la china a testa bassa sempre dando il mio contributo con entusiasmo.

Ce la faccio!
Rimetto insieme i pezzi.

Oggi sono in piedi, forse più consapevole, sicuramente più resistente.
Ma quanto mi è costato quell’errore?
Tanto!

Troppo!

Cosa rifarei, cosa no

Sceglierei ancora la famiglia?
Sì. Ma NON a scapito della mia indipendenza economica.
Lavorerei con mio marito? Forse. Ma solo con un piano B.
Resterei a casa con i bambini? Ni, valuterei bene il tempo da dedicare a loro e da dedicarmi senza rinunciare alla carriera.

La lezione che ho imparato? Non solo una, ma tante, innumerevoli…

La principale è questa: avrei dovuto ascoltare quella vocina che mi diceva: non mollare del tutto il lavoro, tieniti uno spazio tuo.

E poi: avrei dovuto proteggere il mio futuro. Anche se può sembrare freddo e calcolatore ma non lo è.
Perché non è egoismo. È buon senso.

A chi si trova davanti a un bivio, direi questo

Non scegliere solo per amore, o per comodità.
Chiediti: Cosa succede se le cose cambiano?
Perché a volte cambiano senza il tuo volere.
E se succede, tu devi poterti rialzare da sola.
Con le tue gambe. Con i tuoi soldi. Con la tua dignità.

Essere separate è già un terremoto. Affrontarlo senza indipendenza è un sisma a magnitudo doppia.
Io lo so bene.

E oggi, se racconto questa storia, è solo per dirti:
Non lasciare il tuo lavoro.
Trovane uno che si incastri con i tuoi impegni familiari. Facile? Per nulla ma non impossibile.
Ma resta indipendente.
Resta tu.

P.S.: Se anche tu hai fatto una scelta che ti ha cambiato la vita, qui su Wommate puoi raccontarla.

Senza giudizi.
Solo con donne che sanno cosa vuol dire cadere e rialzarsi e con tanta voglia di rinascere.
Ti aspetto.

Ti abbraccio forte!

Anna

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